SUBACQUEA – Subacquea Storica Vercelli

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10 Marzo 2023 News Vercelli Sport a 360° 0

SUBACQUEA – Subacquea Storica Vercelli

Notturna a Magawish 1994

Ci apprestavamo alla terza immersione anche quel giorno: per nulla al mondo avremmo lasciato le acque del Mar Rosso, senza un ultimo tuffo notturno.
Avevamo cumulato parecchio azoto nel nostro corpo, durante la settimana intensa di immersioni ripetitive, ma il giorno dopo ci saremmo riposati, desaturati quasi completamente a Hurgada, prima di riprendere l’aereo di ritorno.
L’immersione notturna è un’avventura totalmente differente, è una esperienza unica, esaltante e inconsueta. Se alla luce del giorno puoi guardarti attorno e vedere cosa ti circonda, durante una immersione notturna tutto ciò che puoi vedere è limitato al raggio della torcia , ed è bene che funzioni. Così, se in una normale immersione diurna, la vista può abbracciare una intera piattaforma di corallo, in notturna sei costretto a concentrare lo sguardo in una piccola parte alla volta, apprezzando tuttavia ogni particolare. Le immersioni notturne sono l’occasione per ammirare un mondo completamente nuovo. Se alla sera, alcune creature marine si ritirano nella tana, altre iniziano la giornata proprio quando il sole tramonta.
Il banco corallino di Magawish, al largo di Giftun Kebir, appena affiorante, è poco profondo, 10/12 m. e si allunga per circa 200 m. su un fondo di piccoli massi e di sabbia bianchissima, finemente trattata dal tempo e dai marosi, ideale per una immersione tutta da godersi in rilassamento.
Noi fotosub siamo già pronti con le Nikonos e i flash carichi a piena potenza, ed io avevo assicurato con un velcro, al mio Sunpack Marine 32, una torcia, che avrebbe funzionato da luce guida per meglio direzionare il lampeggiatore e che doveva servire anche da luce, per la mia esplorazione.
Ultima richiesta fatta ai marinai assistenti, è di mettere in acqua luci stroboscopiche, che sarebbero servite di richiamo, a fine immersione, per orientarci verso la barca.
Una pigra luna azzurra sembrava faticare a sollevarsi sull’orizzonte nero del mare, il cielo ci sovrastava curioso con gli occhi delle prime stelle.
Mano sulla maschera, passo del gigante dalla piattaforma di poppa e… “splash”, ci ritroviamo in un’altra dimensione. Il primo effetto notturno, in quel mare, è una meravigliosa scia luminosa, prodotta dall’impatto che si crea all’agitarsi dell’acqua con le pinne , il corpo, le braccia: è la bioluminescenza del plancton. Blanda, ma ben visibile in miriadi di micro organismi eccitati, stimolati meccanicamente dal mio movimento: semplicemente da sperimentare! Uno sguardo di controllo ai compagni, si scarica il jacket, e sono praticamente sul fondo dopo pochi istanti: è un attimo, ma riesco a cogliere, con uno scatto fotografico, uno squalo leopardo dalla lunga coda, che si sposta in una zona più profonda, probabilmente infastidito dalla presenza di inconsuete luci saettanti. Un pesce Angelo Asfur mi taglia la strada frettoloso , mentre mi avvicino alla barriera : un ritardatario che si affretta a raggiungere un posto più sicuro per i pesci diurni. E’ l’ora di quelli della notte e solo in quel momento, abbassando la luce verso il fondo, sono consapevole di essere immerso in un mare di inchiostro, in una totale oscurità. Ho esperienza di diverse immersioni notturne, e non ho mai conosciuto la paura che può sorprendere qualcuno che immagina chissà quali mostri possano circondarlo, pronti a divorarlo e a consumare una esistenza in quel mistero liquido. So che, per qualcuno, questa sensazione è causa di grande inquietudine, ansia e questa sofferenza è la talassofobia e può manifestarsi anche in pieno giorno, semplicemente facendo il bagno al largo, pensando alla insondabile profondità marina.
Fortunatamente non è così per me anzi, il piacere di essere avvolto nell’acqua calda trattenuta dalla muta di neoprene mi isola, mi protegge , mi riporta, con il suo tepore, ad una sensazione già vissuta di benessere, possibile reminiscenza di un tempo molto lontano pre- natale.
evavevaaMi muovo attento vicino ad una grossa madrepora, guardo la sabbia affinchè non nasconda qualche sorpresa e appoggio le ginocchia sul fondale. La luce della torcia ha appena delineato la presenza di una grande gorgonia ventaglio, tutta espansa a raccogliere il plancton , di cui si nutre, portato dalla corrente. E’ una posizione molto comoda per il fotosub, e comincio ad elaborare quel soggetto facile, apparentemente immobile, nel suo splendore notturno. Ecco che, negli anfratti, alcuni abitanti hanno avvertito la mia presenza, ma anch’essi, creature diurne e vivaci, ora si muovono appena, e riprendo dei sonnolenti pesci Soldato rosso argentei, radunati nella loro grotta. Senza muovermi dalla mia posizione, facendo una torsione del busto, colgo un timido pesce Coniglio stellato, dal muso appuntito, che accenna appena, per istinto, a rizzare le spine della pinna dorsale. La colorazione è verde grigiastra , fittamente maculata, forse un po’ scolorita di notte. Lo saluto con una foto e mi sposto un poco più a destra perché ho notato il contorno di una Cernia, di medie dimensioni, adagiata davanti ad una massiccia madrepora Porites. Questo bel pesce sembra riposare appoggiato tranquillo sul fondo, ma il suo occhio è sveglio e si gira osservando le mie mosse: giurerei che stia fiutando qualcosa. Nei pressi, una Razza a macchie blu, si è parzialmente ricoperta con dei sedimenti del fondale e forse cerca di mimetizzarsi meglio, lasciando la parte anteriore scoperta, a beneficio di un pescetto pulitore. La biodiversità non può essere meglio rappresentata in uno spazio così ridotto, i soggetti sono veramente tanti e fanno pensare che il reef sia una sorta di motel sulla lunga strada del mare. Incontro un’altra curiosa creatura, lungo la parete del reef che sta riposando: è un pesce Unicorno, dal corpo affusolato, con un robusto corno che si protrae davanti agli occhi. Mai di giorno lo avrei ripreso così da vicino, questi pesci infatti sfrecciano a metri di distanza ! Mi sollevo un paio di metri dal fondo per controllare, se possibile, la posizione degli altri subacquei. Vedo molte luci delle torce fendere l’oscurità, segno che sono tutti operativi: intenti ad osservare , nessuno si agita per richiamare l’attenzione, se non è strettamente necessario, si creerebbe soltanto del caos, e quel luogo è così incantato e delicato che bisognerebbe visitarlo in punta di pinne. Cecco è staccato, un po’ più avanti a me, invece Gianni è vicino a lui, scompigliandogli sicuramente qualche inquadratura. Ora che i miei occhi si sono adattati al buio, riesco a scorgere la massa più scura della barriera: un mondo dove molte creature vivono, crescono, si moltiplicano, si nascondono, plasmano i loro corpi, i loro colori, in una lunga storia di vita e di morte che noi chiamiamo evoluzione. Proprio davanti a me , nella fenditura dei coralli, sotto l’ombrello di una acropora, incontro una cernia rossa Miniata , che , al momento, di notte, ha perso la brillantezza vivida della sua livrea. Ora si riposa sonnecchiando ad occhi aperti nel suo pigiama dai pallini blu. Un metro più in là, un variopinto pesce Pappagallo ha formato, per protezione, un bozzolo di muco attorno a sé, perché i predatori notturni non hanno buoni occhi , ma un fiuto sensibilissimo. Murene e gronghi sono attivi predatori del reef di notte e si insinuano negli anfratti più stretti della scogliera sommersa, a caccia. Altri predatori formidabili e silenziosi si aggiungono e spuntano dai loro reconditi nascondigli, che di giorno passano assolutamente inosservati. Tanto silenziosi e lenti, quanto voraci, un esercito di ricci di mare e stelle marine di ogni genere avanza : sono numerosi, è il loro turno di rifornimento alimentare. Infine incontro una grande stella Canestro , totalmente espansa, che devia il mio percorso. La natura si è veramente sbizzarrita. Queste meraviglie mi avevano portato al termine della scogliera, alla punta sud, da lì in avanti il fondale conduceva più in profondità: dopo settanta minuti volati via, la scorta d’aria si stava esaurendo, un controllo agli strumenti ed il computer non segnalava decompressione da fare, quindi mi accinsi a risalire, succhiando i pochi litri d’aria rimasta nella bombola. Quello che vidi già a pochi centimetri dalla superficie destò ancor di più il mio stupore: assunsi una posizione quasi orizzontale così da poter vedere distintamente la volta celeste, anzi, la profondità dello spazio nero senza fine che mi sovrastava, senza soluzione di continuità. Era un’illusione ottica ? No, emersi, spostai la maschera sopra la fronte, tolsi il boccaglio e automaticamente usai la poca aria per gonfiare debolmente il jacket. Sbalordito, i miei occhi erano volti, rapiti, attratti dalla costellazione di Orione, che pareva piegarsi verso di me , accogliermi, quasi ad aiutarmi ad uscire dall’acqua… e quelle stelle, così vicine, come punte luminose di appigli, mi offrivano un appoggio per sollevarmi ed entrare nello spazio sidereo nero come in un altro mare. Ero ai confini della mia realtà. Ipnotizzato, mi sentivo estatico, magnetizzato da quello spettacolo mai visto, non percepivo rumore. Cercavo di ragionare, non avevo commesso nessuna imprudenza, stavo bene , persino euforico, ero forse in narcosi d’azoto? Ma non ero sceso… Stavo bene: il volto verso l’infinito, la testa emersa fino al collo, proteso con un braccio verso una superficie appena mossa, che mi introduceva in un altro universo. Non stavo sognando, avevo trovato un portale magico , un passaggio liquido che mi conduceva direttamente dal mare verso il cosmo profondo? Un varco nello spazio-tempo, era tutto vero! La mia attrezzatura subacquea si sarebbe trasformata in una tuta spaziale, con tanto di casco e bombole? Avrei voluto fotografare tutto questo, ma il rullino era finito da tempo. Mi sentivo leggero, avevo perso la gravità , stavo lievitando, mi stavo aggrappando alla cintura di Orione… quando invece mi sentii tirare forte per una pinna: “Sergio! Sergio, il Cecco sta andando dalla parte sbagliata! ” disse Gianni ad alta voce. ” Cosa? Ma colomba? Non capisco, ma vaa… Gianni… io ero… lì che…” risposi, incredulo di emettere dei suoni. “Lui sta andando verso quelle luci laggiù, verso Hurgada” continuò Gianni ,” sta sbagliando, bisogna fermarlo! Ho provato a gridare, ma non mi sente. Ho dei crampi , vai tu, avvertilo! ” Senza aspettare la mia risposta si girò verso le deboli luciv lontane della barca ormeggiata. Ero ritornato sul pianeta Terra, anzi nel mare, e pesavo una tonnellata. Qualcuno mi aveva detto che le cose devono finire prima o poi, ma il mio sogno della vita era appena cominciato! Perché deve essere così? Strano che il Cecco avesse sbagliato, ma bisognava fermarlo, quel testone. In quanto a Gianni… beh mi ha ripescato , non gliela perdonerò mai, riportarmi tra le cose di questo mondo, ma in quel momento non avevo tempo per le mie imprese astronautiche. Inseguii il Cecco, in superficie, pinneggiando sul dorso con tutta l’attrezzatura: si sarebbe fermato, quel demonio, prima o poi, a fare il punto, era solo , non si rendeva conto? Gridai il suo nome, usai il fischietto alcune volte, utilizzai il lampeggiatore, finché si accorse di me e si fermò. “Cecco…, ma dove c… o vai, quella è Hurgada distante miglia, dobbiamo tornare indietro!” Bofonchiò qualcosa, seguì una breve spiegazione, qualche parolaccia, infine ,con animo più calmo, puntammo in direzione della barca. Pinneggiammo senza più fretta , senza più angoscia, fianco a fianco, come fratelli che tornano a casa dopo un’avventura, lo sguardo rivolto in alto catturava, tra gli spruzzi delle onde, qualche squarcio di cielo. ” Hai visto le stelle , che meraviglia! Sembra di essere in quel palcoscenico, di toccarle con un dito”, gli dissi, mentre le gambe si muovevano come stantuffi con le pinne. ” Sì, tutto bello, ma adesso ho voglia di un tè caldo ” mi rispose, continuando a biciclettare. Ora le stelle mi sembravano un po’ più lontane, indifferenti e fredde, o forse era soltanto la brezza fresca della notte, non sembravano più interessate a me, il momento era passato. Sì, pensai, in due si viaggia meglio, ci si sente più sicuri, è il numero giusto per spingersi in ogni luogo, per confortarsi, per condividere le cose che ami e tutti i mari del mondo.

Sergio Quaglia.

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