SUBACQUEA STORICA VERCELLI- La storia in fondo al mare

ESPLORANDO IL RELITTO DELL’ “UMBRIA”
La nave italiana da trasporto Umbria era diretta in Eritrea nel giugno del 1940 quando venne fermata da una squadra navale da guerra britannica nei pressi di Port Sudan, nel Mar Rosso Sudanese. Aveva a bordo un carico di bombe, detonatori e spezzoni incendiari di aereo, una grande quantità di sacchetti di cemento, automobili, altri materiali e vettovagliamenti destinati alle truppe italiane in Africa Orientale.

Messo in salvo l’equipaggio con uno stratagemma, la nave fu fatta affondare dal suo comandante perchè non cadesse nelle mani del nemico come bottino di guerra. Nonostante siano passati molti anni, conserva ancora il suo carico praticamente intatto. E’ il relitto più affascinante che io abbia mai esplorato.
WINGATE REEF, Sudan 1988.
Arrivammo al Wingate reef a pomeriggio inoltrato, provenienti dai paradisi subacquei di Shaab Rumi e Sanganeb. E’ questa l’ultima tappa del nostro intenso viaggio nel Mar Rosso Sudanese settentrionale. Qui sotto, a pochi metri, ci attende il relitto della motonave italiana Umbria, un frammento di storia patria, un relitto d’onore.
II Wandu, la nostra imbarcazione, si avvicina con cautela e si ormeggia alle gruette delle scialuppe di salvataggio della nave, che affiorano dal mare simili ad artigli metallici di un mostro sommerso. I preparativi per l’immersione sono quasi ultimati: Francesco controlla le batterie del flash subacqueo, Gianni inserisce uno degli ultimi rullini rimasti, Roberto ha l’incarico di portare una torcia supplementare, anch’io sono pronto con la mia fotocamera e in un attimo saltiamo incontro a questa nuova esperienza.
Ci tuffiamo, ma l’impatto con T’ambiente circostante non è dei più lusinghieri. Una leggera ma percettibile corrente trasporta plancton e sospensioni limitando la visibilità e la nitidezza dell’acqua. Abituati a trasparenze da capogiro, esito prima di scattare alcune foto a campo lungo e decido per una esplorazione più ravvicinata. Lunga 150 metri per oltre 40,000 tonnellate di stazza, l’Umbria si presenta fortemente inclinata sul lato sinistro, con la fiancata affondata nella sabbia, a una trentina di metri di profondità.
Iniziamo a scendere passando accanto alla prua, dove una robusta catena scende tesa dall’occhio di cubia, come se l’ancora fosse stata mollata da poco.
Penetrare un relitto è sempre un’immersione molto speciale: un senso di mistero, solitudine, tristezza in genere avvolgono tutto quanto giace per sempre in fondo al mare. Cerchiamo invano scritte o segni di identificazione, ma le madrepore hanno regalato alla nave una nuova pelle e le incrostazioni la rivestono ormai completamente.
Proseguiamo la ricognizione passando sopra le stive di prua, mentre osservo le strutture più alte adornate di formazioni di spugne e di alcionarie che fanno da elegante cornice a dei magnifici colorati pesci angelo ex pappagallo, per niente preoccupati della mia presenza. Mi addentro verso la capiente stiva, che mi appare come un enorme rettangolo nero, senza fondo, un antro poco attraente. Il desiderio di conoscere, di vedere con i miei occhi, di constatare quanto è stato scritto su questa nave è troppo grande. Proseguo con cautela con l’aiuto di ogni appiglio, senza pinneggiare per non sollevare altra sospensione, che qui sembra impalpabile come uno strano talco color antracite. La mia torcia è troppo debole e taglia appena il buio. Roberto mi viene in aiuto con il suo faretto e si incomincia a riconoscere l’interno della stiva. Un’enorme franata di bottiglie di vino, purtroppo vuote, ci sbarra il passaggio. Proseguendo sulla parte sinistra ci inoltriamo ancora molto lentamente tra i rottami e dal profondo nero ci appare una quantità impressionante di bombe d’aereo. Sono sistemate a incastro una sull’altra e raggiungono un’altezza notevole sopra di noi. Il respiro quasi si ferma, sento il cuore battere, il pensiero corre alla minaccia dell’ingente potenziale distruttivo dell’esplosivo. L’inclinazione della nave poi, ci dà l’impressione che debbano rotolarci addosso da un momento all’altro facendoci parte della loro storia con un abbraccio mortale. E’ una visione tetra ed angosciante che si imprime nella mia mente e mi gela il sangue, Giusto il tempo di scattare qualche foto, senza nemmeno controllare bene l’apertura del diaframma, e poi dietro front verso quell’angolo di azzurro che ci dà più sicurezza. Ma la tentazione, dopo pochi minuti, di ridiscendere in un altra stiva e di scoprirealtri misteri ancora forte Francesco questa volta mi segue e ci infiliamo in un altro magazzino, più piccolo del precedente All’entrata malti sacchetti di cemento accatastati formano un enorme blocco attorno al quale dei pesci angelo volteggiano come colombe, custodi di una stramba statua, Procediamo attenti, evitando di impigliarci tra un groviglio di rottami, e, fra le colonne portanti di acciaio di un grande vano, le nostre torce rivelano profili, dapprima indefiniti, ma poi con grande sorpresa sempre più nitidi, di tre autovetture d’epoca. Sono tre Fiat 1100 passo lungo, destinate probabilmente a qualche ufficiale. Siamo meravigliati dell’incontro e considerato il luogo dove si trovano e il tempo trascorso, danno l’impressione di aver resistito bene alla corrosione. Documentiamo i reperti veramente particolari, e poi sgusciamo fuori dalla stiva per proseguire verso poppa. Sorvoliamo il grande fumaiolo spezzato che si infila sul fondo u oltre trenta metri di profondita Arriviamo al cassero di poppa, magicamente trasformato dalle madrepore in un fiabesco castello incantato, dove un barracuda di ragguardevoll dimensioni, e con l’aria di chi pare imbronciato per la nostra visita, ci fa capire che quello è il suo territorio.
Scendiamo ancora una decina di metri e la nostra attenzione viene catturata dall’enorme timone riverso sul fondo e dalle quattro pale d’elica del propulsore su cui Roberto e Francesco vanno a posarsi per darmi, ancor più esattamente, la misura delle proporzioni. lungo cono d’ombra proiettato dalla mole dello scafo, e l’ora ormai tarda per i tropici, ci rammentano che il tempo per noi è trascorso.
Risalendo pian piano, l’Umbria sembra svanire, evanescente come un sogno che finisce, mentre un brulichio di pesci in continuo movimento ci dice che in quel piccolo universo le emozioni non sono finite e la parte più eccitante del giorno forse sta soltanto per incominciare.
Dal libro: TI RACCONTO IL MARE



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